Le Rime

Veronica è definita capostipite della poesia femminile del ‘500 in Italia. L'esercizio poetico, infatti, accompagnò tutta la sua vita, esprimendo in gioventù la possibilità di esprimere le emozioni interiori e, in età matura, l'adesione consapevole a un' ideale comunità di letterati.

Secondo i canoni imperanti dell'epoca, dettati dal Bembo, che fu suo amico e mentore, Veronica scelse di utilizzare le forme metriche tradizionali, per lo più sonetti, di ispirazione petrarchista, senza trascurare madrigali, ballate,odi.

Le sue poesie esprimono i sentimenti interiori e trattano di  temi eterogenei quali l'amore, con i risvolti psicologici di gioia e infelicità, gli eventi della vita, personaggi e fatti celebri, la contemplazione della natura, ma anche tematiche religiose come la  riflessione su verità teologiche cristiane, come il tema della grazia e della predestinazione, anticipando gli anni successivi della Controriforma.

Veronica è un’autentica ed originale artista in possesso di una consapevole poetica. Il verso più bello è quello dove emerge la natura riflessiva, contemplativa della Nostra; esso fluisce con dolcezza aspirando agli ideali più elevati.

Per cogliere al meglio la specificità della poesia di Veronica si riporta la serie delle Stanze, componimenti in ottave ai quali la poetessa-filosofa affida le sue riflessioni, costituendo un piccolo trattato in versi.

Il trait d’union è rappresentato dal risveglio della natura in primavera, che suggerisce riflessioni sulla brevità della vita e sulla fugacità del tempo che produce nell’uomo la perdita della speranza, mentre nella natura si riproduce l’eterno miracolo della rinascita. Nonostante questo però, l’uomo insegue affetti e preoccupazioni che rendono ancora più dolorosa la vita, pur breve e limitata.

 

“Così si fugge il tempo, e col fuggire

Ne porta gli anni e ‘l viver nostro insieme;

Chè a noi, voler del ciel, di più fiorire,

Come queste faran, manca la speme,

Certi non d’altro mai che di morire,

O d’alto sangue nati o di vil seme;

Né quanto può donar felice sorte

Farà verso di noi pietosa morte.”

I mali, secondo Gambara, cominciano con la nascita dell’ambizione e dell’invidia. L’uomo dovrebbe studiare e seguire la virtù che, sola, l’onora e lo eterna; con questo proposito Veronica chiude la serie di ventisette Stanze.

 

“Chi vive senza mai sentir riposo

Lontano da la dolce amata vista;

Chi a se stesso divien grave e nojoso

Sol per un guardo o una parola trista;

Chi da un novo rival fatto geloso,

Quasi a par del morir si dole e attrista

Chi si consuma in altre varie pene

Più spesse assai de le minute arene.”





Liceo Veronica Gambara
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